+Cerca
Stemma ufficiale del Comune di Stabio

Comune di Stabio

via Ufentina 25
CH-6855 Stabio

Tel.: 091 641 69 00
Fax: 091 641 69 05
email: info@stabio.ch

  + Museo civiltà contadina > I primi 25 anni
 



powered by lineasoft

I primi 25 anni


È con queste parole che Gino Macconi descriveva, dopo i primi dieci anni dall’apertura, la nascita del Museo della civiltà contadina del Mendrisiotto: “Fu un momento di gioia e di soddisfazione (nonostante le preoccupazioni, le incertezze, le difficoltà ancora irrisolte) quello in cui il Municipio di Stabio, quel giorno del 1976, mi incaricò di occuparmi della sistemazione del lascito Albisetti, accettando in pari tempo la mia proposta di dare vita a un museo etnografico: quello che sarebbe poi diventato il "Museo della civiltà contadina del Mendrisiotto". Da tempo coltivavo questa sorta di sogno: avevo già costituito una piccola collezione personale di oggetti, testimonianze della nostra civiltà rurale (fu il primo nucleo del futuro museo) e soprattutto mi sentivo -e mi sento legato- a questa realtà (oggi quasi completamente dissolta) per lunga consuetudine, per conoscenza diretta di cose e soprattutto di persone; consuetudine che risale alla mia gioventù, quando giravo in lungo e in largo la nostra regione con la cassetta dei colori, a dipingere paesaggi.
Perciò, dicevo, è stato un giorno felice quello in cui ho avuto l'autorizzazione e l'incarico di cominciare a pensare alla realizzazione del nostro museo rurale.
Il lavoro di preparazione durò alcuni anni. Mi aiutavano un buon numero di amici. Non posso ricordarli tutti (l'elenco sarebbe molto lungo), ma vorrei almeno ringraziare (e chiedo scusa per involontarie dimenticanze) quelli che mi sostennero sin dall'inizio: Luido Bernasconi, Giordano e Sergio Bobbià, la famiglia Mombelli, Luigi Bianchi, Flavio Pozzi, Antonio Brenni, Aldo Giudici, Carlo Manea, Guido Verga, Guido Robbiani, Giovanni Vassalli e gli amici tutti della Commissione Culturale del Comune di Stabio, con cui ci furono proficui scambi di idee, anche se non sempre scevri da polemica e di conflittualità: ma è noto che proprio attraverso la discussione e anche la disputa, attraverso la dialettica insomma, si possono meglio sviscerare i problemi e raggiungere le soluzioni più adatte.
Non eravamo, specialisti, "museologi", ma c'erano fra noi dei tecnici, un veterinario, un ingegnere agronomo, dei bravi artigiani: un fabbro, un falegname... e soprattutto eravamo tutti animati da una grande passione. Cominciammo così ad interessare altri alla nostra iniziativa, a raccogliere ed inventariare oggetti d'uso, a fare le prime registrazioni sonore (interviste ad artigiani, racconti di vecchi contadini, di cavallanti...). Ottenni da conoscenti che andavano a mano a mano acquistando sempre più fiducia nel nostro operare, la cessione di interi, preziosi corredi di botteghe artigiane. Altre donazioni seguirono; la massa di oggetti diventava sempre più ingente e presto ci si rese conto della necessità, oltre che della catalogazione e del riordino, anche del restauro.
Chiamai allora a collaborare Sergio Pescia (cui si sarebbe affiancata, anni dopo, Marta Solinas), che conoscevo abile nell'arte difficile del restauro, e che da allora divenne il nostro più valido collaboratore, con mansioni via via di restauratore, di animatore, di custode, di conservatore,...
Le sale destinate all'esposizione nell'ottocentesca "palazzina delle scuole" restaurata ad hoc (con un cospicuo stanziamento del Comune) furono infine pronte.
L'allestimento fu appassionante. I fruitori ideali del museo, quelli a cui esso era particolarmente destinato, erano -per me- i giovani, coloro che la civiltà contadina della nostra regione non avevano potuto conoscere di persona. L'impostazione del museo, la disposizione degli oggetti, dovevano quindi tener conto soprattutto delle possibilità di fruizione da parte di scolari, di giovani studenti. Optai perciò per un metodo espositivo di tipo descrittivo, didattico, che prediligesse l'aspetto ergologico più che la ricostruzione di ambienti (che, a mio avviso, risulta sempre un po' aneddotica, pittoresca, spesso tinta di nostalgia). Occorreva evitare il rischio estetizzante e dare informazioni quanto più precise possibile sulla funzione e l'uso degli oggetti stessi. E' quanto cercammo di fare.


Il museo fu inaugurato e aperto al pubblico l'11 aprile 1981, il successo di affluenza e gli apprezzamenti positivi furono confortanti e gratificanti. In uno dei numerosi articoli apparsi sulla stampa a proposito dell’inaugurazione del Museo della civiltà contadina nel 1981, si poteva leggere: “non semplicemente un nuovo museo ma un ‘museo nuovo’; non morta esposizione di oggetti, statica collezione di attrezzi di cui non si riescono a comprendere l’uso e il valore, ma un mezzo di ricerca per ritrovare l’immagine reale della nostra gente e un’identità culturale autentica, senza finzioni o assurde nostalgie di un mondo che non era certamente idilliaco.”.

Il Museo della civiltà contadina di Stabio compie dunque quest’anno i sui primi 25 anni, in questo stabile che è stato costruito nel 1856 come palazzo scolastico e quindi esattamente 150 anni fa.
Ripensando alla sua intensa attività, non possiamo non accennare a qualche numero: le 32 mostre allestite in sede e le 31 allestite fuori sede su richiesta di scuole, biblioteche, associazioni culturali o all’interno di manifestazioni varie, oppure ancora, la ventina di pubblicazioni che il museo ha prodotto.
Senza contare i visitatori delle mostre fuori sede, il museo ha accolto a Stabio 125 mila visitatori fra i quali gli allievi di 2’500 classi scolastiche. Quasi 800 sono gruppi di adulti appartenenti ad associazioni di anziani, sportive, culturali.
Il continuo afflusso di oggetti e di documenti è stato via via sempre più importante. Basta ricordare che le collezioni nei magazzini del museo hanno ormai superato i 14 mila “pezzi”.

Grazie alla lungimiranza di chi ha voluto e creduto a un museo a Stabio, altre iniziative hanno preso corpo: la Biblioteca del museo anzitutto, in cui ricercatori e studenti hanno trovato e consultato pubblicazioni specialistiche dedicate al mondo rurale. Il museo dispone di una fototeca, di una videoteca, di una fonoteca e di una emeroteca. Una specie di piccolo centro di documentazione insomma, con un archivio che ha continuato e continua ad arricchirsi di materiale: da manoscritti preziosi per il loro valore storico-sociale, a documenti del passato, alla raccolta di tutto quanto viene via via pubblicato sugli usi e i costumi della nostra gente, sul nostro ambiente, sulle nostre attività.
Tutto questo materiale serve ad allestire a scadenze regolari, mostre temporanee che consentono un discorso più completo e approfondito, monotematico e permettono di esporre nuovo materiale.

Per gli oggetti ospitati nei nostri magazzini che non possono trovare posto nella collezione permanente si affrontano di volta in volta, secondo le necessità, interventi di conservazione e restauro. Questo modo di operare ci permette di organizzare le nuove mostre, che costituiscono per il pubblico un importante stimolo a rivisitare il museo, per scoprirvi sempre nuove cose.
Ci permette anche di sviluppare la valorizzazione del materiale raccolto, basata sulla ricerca, che sfocia periodicamente nella fase espositiva tematica, per assumere quel ruolo educativo che spetta oggi a ogni tipo di museo. Ogni ricerca viene accompagnata dalla produzione di materiale da pubblicare, così che il museo stesso diventa fonte d’informazione diretta.

Generalmente si misura il successo di un museo dal numero dei suoi visitatori, e questo è certamente un aspetto non trascurabile; ma dobbiamo prendere in considerazione anche altri elementi. Una delle funzioni che i musei etnografici regionali hanno “inventato” è il "museo che esce dal museo", per fare in modo che non sia solo e sempre la popolazione che converge verso l’istituzione, ma il museo che in certe occasioni sceglie di andare dalla popolazione. In questa ottica si sono incrementate le collaborazioni con altri enti, analoghi e non. Sono frequenti infatti le occasioni in cui il museo esce dai suoi spazi per occuparne altri in altri istituti e manifestazioni, con piccole mostre tematiche itineranti.

Molte cose che interessano l’etnografia non si possono portare all'interno del museo. In questo caso esso deve andare a trovarle sul territorio con analisi e ricerche, coinvolgendo la gente nella raccolta di dati, di informazioni, di terminologia. In seguito si assumerà il compito di sistematizzare ed elaborare questo materiale per restituirlo alla popolazione attraverso le pubblicazioni.

Il bilancio, dopo 30 anni di lavoro e 25 di apertura al pubblico, è positivo. Per tutti coloro che lo hanno desiderato, lo hanno pensato e si sono prodigati per questo museo, le soddisfazioni non sono state poche.

Ma al di là delle cifre che in occasione di un giublieo appesantiscono sempre un po’ i discorsi, in questi 25 anni di attività abbiamo continuato e potenziato la funzione primaria e irrinunciabile per un museo, che resta pur sempre quella di raccogliere e conservare oggetti.
La popolazione locale partecipa alle vicende del museo, in quanto esso ne rappresenta il patrimonio culturale, ne racchiude la storia e parla delle sue famiglie. Le collezioni del museo non le sono anonime.