Stabio / Vivi Stabio / Storia / L'emigrazione

L'emigrazione

Gli albori dell’emigrazione

Lo sviluppo della transumanza ovina e del conseguente commercio dei pannilana, florido attorno ai conventi dei Cistercensi tra l’XI e il XIII sec., fu intensificato dagli Umiliati che, in Lombardia, fondarono oltre 350 case tra il XII e il XIII secolo. La loro capillare presenza nelle terre che ora sono il Cantone Ticino, per l’acquisto della lana dai pastori transumanti e la follatura dei prodotti finiti, è la promozione alla “emigrazione naturale”, quale conseguenza del ruolo economico svolto dalla Lombardia nel Medioevo.
Le migrazioni hanno caratteri comuni di itinerari percorsi, di mestieri praticati, di implicazioni economiche e umane. Sulle vie della transumanza, ai pastori si sono aggiunti i mercanti ambulanti che hanno portato nelle città i prodotti tradizionali dell’allevamento ma anche quelli dell’artigianato, proprio ad ogni specializzazione locale o regionale. Tutta la storia dei rapporti fra le comunità dell’arco alpino e i centri popolosi nelle pianure è caratterizzata da questi scambi e da prestazioni di lavoro di artigiani, operai, contadini eccetera.

Emigrazione artistica

L'emigrazione verso i centri dell’Italia del nord con i suoi importanti cantieri edilizi non fa che continuare, assecondando i bisogni economici, la tradizione della transumanza. L'emigrazione artigianale nostrana è iniziata con il XII sec. in direzione della Liguria, della Toscana e del Veneto. Ad aprire queste strade furono i carpentieri della Valle d'Intelvi al cui seguito si accodarono i magistri che formarono il nucleo iniziale, che si dilatò interessando anche il Mendrisiotto. Nell'Italia del nord i poli d'attrazione furono Como e Milano; prima del '400 Venezia e Genova, e più tardi Firenze, attirarono i nostri mastri. Il flusso della nostra emigrazione artistica si spostò poi oltre l'Appennino tosco-emiliano per dilagare in quella Roma che mostra ancora oggi i capolavori dei nostri grandi, i quali potevano contare su provetti mastri loro compaesani. La storia di questi ultimi, prima ancora che un fatto artistico è un fenomeno economico e sociale e quindi, storico. I nostri emigranti non abbandonavano i loro villaggi quali artisti compiuti consci di una missione culturale o estetica, ma i mastri emigravano come lapicidi, fornaciai, muratori, carpentieri, capomastri, ingegneri, architetti, stuccatori, pittori.

Emigranti stabiesi a Roma

Nella grande Roma del '600 i Mendrisiotti si frequentavano e pensavano ai loro paesi, alle campagne, alle chiese. Nei nostri villaggi arrivavano così ornamenti sacri, lampade, crocifissi, reliquiari, paramenti e gioielli. Una lampada argentata della chiesa di Santa Margherita a Stabio porta questa iscrizione: “Li benefattori di Stabio che nell’anno 1672 si trovano in Roma anno fatto fare la presente ad Honore di Santa Margarita”. Ricordiamo inoltre le croci di campagna: “la Crus granda”, eretta il 28 agosto 1614 che porta l'iscrizione: “HOMINES STABII / ROMA / COMORANTES F.F. AN / MCDXIIII / LI 8 28 / R 1907”. Ci restano di questo periodo due croci originali: la “Crus granda” e quella del “Castello”. Quelle di Segeno, Arca, e Santa Margherita sono andate distrutte e furono rifatte.

Emigranti stabiesi in America

Le mete erano sia gli Stati Uniti d’America che l’America del sud. Fra il 1880 e il 1930 sono innumerevoli gli stabiesi che partono per l’America. Qui ne citiamo alcuni. Le storie più certe di questa emigrazione riguardano soprattutto muratori e spaccapietra: nel 1887 Nicola Della Casa con altri due muratori (Carlo Croci Torti e Donato Rusconi); in precedenza era partito Gaspare Albisetti e più tardi, attorno agli anni ’20, ricordiamo i tre Brianza di “Qui s’imbarca” pure negli USA. Francesco Durini, giovanissimo, nel 1919 parte per il Brasile con Giovanni Perucchi e il Pellegrini detto “ul Canziàn”, per raggiungere un Bobbià pure di Stabio, partito per il Brasile anni prima direttamente dalla sua emigrazione nella Svizzera interna.

‘800 e ‘900 - Apprendistato, scuola

Conoscere bene il disegno tecnico della professione imparata era come conoscere una lingua straniera: l’architetto o il capomastro metteva in mano agli artigiani il disegno e senza una parola questi può lavorare. “Ho potuto fare la scuola, facevamo il tirocinio mezza giornata alla settimana”. Grande importanza hanno avuto i corsi per muratori nati a Stabio nel 1927 e i giovani stabiesi li frequentarono per prepararsi all’emigrazione. Molti muratori di Stabio erano chiamati “fumisti” perchè si specializzavano nella cotruzione di forni di tutti i tipi, camini e ciminiere.

Emigranti stabiesi del secolo appena terminato

Con gli anni ’20 inizia l’emigrazione che potremmo definire “di massa”. I giovani che emigrano oltre S. Gottardo con gli emigrati più anziani, sono tantissimi. Quando a qui si parla del passato, le frasi più ricorrenti degli ultraottant’anni sono: “Io ho deciso di emigrare perchè non c'era proprio niente da fare, ‘gheva nanca da piantà 'n cioo’ (non c’era neanche da piantare un chiodo)”; “Si cominciava da bambini a dire “a nem via pal mund” (andiamo via per il mondo)... non si diceva ‘l’è emigraa’ (è emigrato), noi dicevamo ‘l’è nai via pal mund’. Da bambini si aspettava di concludere le scuole dell’obbligo, fra i 13 e i quattordici anni, e poi si partiva per l’emigrazione. Sono stati via quasi tutti quelli della mia età-“

Testo a cura di Sergio Pescia

stabio
Dove io cresco