Vivi Stabio

Emigrazione

Una pagina importante nella storia del Comune che ha interessato numerosi suoi abitanti

Gli albori dell’emigrazione

Le migrazioni hanno caratteri comuni di itinerari percorsi, di mestieri praticati, di implicazioni economiche e umane. Lo sviluppo della transumanza ovina e del conseguente commercio dei pannilana, florido attorno ai conventi dei Cistercensi tra l’XI e il XIII sec., fu in seguito intensificato dagli appartenenti all’ordine religioso degli Umiliati, presenti in gran numero nelle terre che ora sono il Cantone Ticino, per l’acquisto della lana dai pastori transumanti e la lavorazione dei prodotti finiti.

Sulle vie della transumanza, ai pastori si sono aggiunti i mercanti ambulanti che hanno portato nelle città i prodotti tradizionali dell’allevamento ma anche quelli dell’artigianato, proprio ad ogni specializzazione locale o regionale. Tutta la storia dei rapporti fra le comunità dell’arco alpino e i centri popolosi nelle pianure è caratterizzata da questi scambi e da prestazioni di lavoro di artigiani, operai e contadini.

Emigrazione artistica

L'emigrazione artigianale nostrana è iniziata con il XII sec. verso i centri dell’Italia del nord con i suoi importanti cantieri edilizi. Inizialmente furono i carpentieri della Valle d'Intelvi ad emigrare, a cui seguirono muratori e stuccatori anche del Mendrisiotto. Nell'Italia del nord i primi centri d'attrazione furono Como e Milano, seguiti da Venezia e Genova e più tardi anche da Firenze. Il flusso della nostra emigrazione artistica si spostò poi fino a Roma, città che mostra ancora oggi i capolavori realizzati da questi grandi artigiani, i quali potevano contare su mastri esperti loro compaesani. Questo fenomeno storico fu dettato da fattori prevalentemente economici e sociali che spinsero un gran numero di lapicidi, fornaciai, muratori, carpentieri, capomastri, ingegneri, architetti, stuccatori, pittori ad abbandonare i loro villaggi in cerca di fortuna.

Emigranti stabiesi a Roma

Nella grande Roma del '600 gli artigiani del Mendrisiotto si frequentavano e pensavano ai loro paesi, alle campagne, alle chiese. Quando rientravano erano quindi soliti portare ornamenti sacri, lampade, crocifissi, reliquiari, paramenti e gioielli. Una lampada argentata della chiesa di Santa Margherita a Stabio porta questa iscrizione:

Li benefattori di Stabio che nell’anno 1672 si trovano in Roma anno fatto fare la presente ad Honore di Santa Margarita

Ricordiamo inoltre le croci di campagna: “la Crus granda”, eretta il 28 agosto 1614 che porta l'iscrizione: “HOMINES STABII / ROMA / COMORANTES F.F. AN / MCDXIIII / LI 8 28 / R 1907” e quella detta del “Castello”. Quelle di Segeno, Arca e Santa Margherita sono andate distrutte e furono rifatte.

Emigranti stabiesi in America

Fra il 1880 e il 1930 sono innumerevoli gli stabiesi che partono per gli Stati Uniti d’America e per l’America del sud. Le storie più certe di questa emigrazione riguardano soprattutto muratori e spaccapietra. Si ricorda per esempio Nicola Della Casa che emigrò nel 1887 con altri due muratori, Carlo Croci Torti e Donato Rusconi. In precedenza era partito Gaspare Albisetti e più tardi, attorno agli anni ’20, i tre Brianza. Francesco Durini, giovanissimo, nel 1919 parte per il Brasile con Giovanni Perucchi e il Pellegrini detto “ul Canziàn”, per raggiungere un Bobbià pure di Stabio, partito per il Brasile anni prima direttamente dalla sua emigrazione nella Svizzera interna.

Apprendistato e scuola

Conoscere bene il disegno tecnico della professione imparata era come conoscere una lingua straniera: l’architetto o il capomastro metteva in mano agli artigiani il disegno e senza una parola questi potevano lavorare. Grande importanza hanno avuto i corsi per muratori nati a Stabio nel 1927 che i giovani stabiesi frequentarono per prepararsi all’emigrazione. Molti muratori di Stabio erano chiamati “fumisti” perché si specializzavano nella costruzione di forni di tutti i tipi, camini e ciminiere.

Emigranti stabiesi del secolo appena terminato

Con gli anni ’20 inizia l’emigrazione che potremmo definire “di massa”. I giovani tredicenni e quattordicenni che, appena concluse le scuole dell’obbligo, emigravano con quelli più anziani oltre S. Gottardo sono tantissimi.

Oggi le frasi più ricorrenti degli ultraottantenni quando parlano del passato sono: “Io ho deciso di emigrare perché non c'era proprio niente da fare, ‘gheva nanca da piantà 'n cioo’ (non c’era neanche da piantare un chiodo)”; “Si cominciava da bambini a dire ‘a nem via pal mund’ (andiamo via per il mondo)... non si diceva ‘l’è emigraa’ (è emigrato), noi dicevamo ‘l’è nai via pal mund’”.